fonte: Kwame Anthony Appiah, The New York Times Magazine, Stati Uniti
Scrivo per la televisione, sia serie sia film. Il mio lavoro è in gran parte di carattere storico o basato su fatti reali, e facendo ricerche con ChatGpt ho scoperto che Google in confronto è come guidare fino alla biblioteca, spulciare le schede del catalogo, chiedere i libri e aspettare settimane che arrivino. Questo nuovo strumento è stato una svolta.Poi ho cominciato a incollare su ChatGpt le mie sceneggiature, chiedendo un parere. Le osservazioni su coerenza, chiarezza e struttura narrativa si sono rivelate estremamente utili. Di recente ho fatto un passo in più: gli ho chiesto di scrivere un paio di scene. Dopo qualche secondo sono apparse: avevano un ritmo serrato, erano dense di emozioni, divertenti, animate da una tensione incalzante e i dialoghi sembravano quelli di persone reali. Con qualche minimo aggiustamento avrei potuto inserirle direttamente in una sceneggiatura. Ma quale linea etica starei oltrepassando? Sarebbe plagio? Furto? Un atto fraudolento? Vorrei la sua opinione.–Lettera firmata
“Chiudiamola qui”. Qualche anno fa, insonne in una stanza d’albergo, facevo zapping in tv e mi sono imbattuto in tre o quattro programmi dove qualcuno faceva questa dichiarazione, magari con un tono minaccioso. “Non c’è altro da discutere”. “Questa conversazione è finita!”. Le persone parlano davvero così? Forse sì, se hanno guardato molta tv. Voglio dire che molte sceneggiature televisive già da tempo sembrano piuttosto algoritmiche, un ecosistema di cliché pesantemente riciclati. In una sitcom, la persona di cui gli altri stanno parlando interviene con: “Eccomi qua!”. Dopo una riunione disastrosa, qualcuno deve commentare impassibile: “È andata bene”. In un dramma, un personaggio furibondo deve gettare per terra tutto quello che ha sulla scrivania. E così via.
Per alcuni, l’intelligenza artificiale (ia) è solo un altro arnese senz’anima che dovremmo buttare via, come il leader politico che nei film smette di leggere, accartoccia i fogli e comincia a parlare col cuore (quante volte lo abbiamo visto?). Ma gli esseri umani sfornano conversazioni e scene standardizzate da generazioni, senza alcun aiuto artificiale. E a pochi sembra importare.
Quando gli sceneggiatori che conosco parlano di intelligenza artificiale generativa, non la liquidano con sufficienza, anche se ne riconoscono i limiti. Uno scrittore dice che fa brainstorming con un chatbot quando sta “abbozzando la storia”, delineando i punti chiave della trama e i colpi di scena. Il chatbot non risolve il problema, ma di fatto lo spinge ad andare oltre l’ovvio. Un altro, un celebre sceneggiatore e regista, ha usato l’ia per trasformare una sceneggiatura già conclusa nel “trattamento” chiesto dallo studio, risparmiandosi giorni di lavoro ripetitivo. Un terzo, ingaggiato per scrivere un film in costume, l’ha trovata utile per individuare cadenze che suonassero veritiere per un certo personaggio storico.
Questi autori detestano i cliché. Ma per chi ha il compito di creare intrattenimento “da divano” – da seguire mentre si usa un altro dispositivo – l’obiettivo non è tanto essere originali quanto far arrivare i momenti chiave in modo pulito al pubblico.


